Per la Confederazione della Mobilità dolce (Co.Mo.Do.) le linee
ferroviarie sono un patrimonio nazionale e non uno spreco di risorse.
Questo in risposta alle ultime dichiarazioni dell’ing. Moretti, AD del
Gruppo Fs il quale ha pubblicamente annunciato che le regioni italiane
rischieranno di restare senza treni locali nel 2013 per mancanza di
fondi.
Milano 29 ottobre 2013 – “Se non ci saranno soldi a bilancio non
faremo il servizio regionale. Non so che cosa farà l’Authority – afferma
Moretti - l’unica cosa che potremo fare noi sarà interrompere il
servizio». Dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta era
praticamente cessato anche in Italia lo stillicidio di chiusure che
aveva colpito le ferrovie secondarie nel decennio precedente. Semmai,
avevamo assistito a qualche riapertura (spesso ottenuta al prezzo di
costose ricostruzioni) per ovviare agli evidenti errori del passato.
La Confederazione della Mobilità dolce (alla quale aderiscono Utenti
del Trasporto Pubblico/Assoutenti, Legambiente Onlus , Federazione
FIFTM-Ferrovie Turistiche Italiane, FIAB Onlus, Italia Nostra, WWF
Italia Onlus , Touring Club Italiano, Ass. Italiana Greenways, Ass. Go
Slow Social club, Ass. Etnafreebike, Ass. In loco Motivi, Alpine Pearls,
AIPAI , ICSIM, Ass. Tratturi e Transumanze, Umbria Mobilità, ecc)
cita qualche caso come la Casalecchio-Vignola e la Saronno-Seregno che
sono state ripristinate a beneficio delle aree metropolitane di Bologna e
Milano rispettivamente, la linea della Val Seriana che è stata
recuperata come tranvia veloce da Albino a Bergamo, mentre il successo
della nuova Merano-Malles ha potentemente favorito la valorizzazione
turistica della Val Venosta. Negli ultimi tre anni, tuttavia, è ripresa
in misura molto preoccupante la cessazione del servizio ferroviario su
parecchie linee periferiche, seppur mascherato dietro le fuorvianti
classificazioni di “sospensione” o “interruzione temporanea”. Clamoroso
il caso della Regione Piemonte che, a metà del 2012, ha scelto di
sospendere la circolazione dei treni su ben 14 tratte (pari ad un quarto
della rete subalpina!) per recuperare somme (per altro irrisorie: si
parla di circa 8 milioni di euro) destinate a tamponare le falle di
bilancio provocate da ben altri sprechi.
Ma anche in Abruzzo, in Campania ed in Calabria si è assistito ad uno
stillicidio di “sospensioni”, mentre in Friuli (Sacile-Gemona) ed in
Sicilia (Caltagirone-Gela) guasti subiti dall’infrastruttura hanno
fornito il pretesto per l’interruzione “sine die” del servizio. Nel
Lazio, tra Roccasecca ed Avezzano, addirittura RFI ha invocato la
mancanza di fondi per l’ordinaria manutenzione (che contrattualmente
dovrebbe essere a carico dell’azienda) per sospendere l’esercizio. Allo
stato attuale, pertanto, circa 1.300 chilometri di linee (in gestione a
Trenitalia, alla Sangritana ed alle Ferrovie della Calabria) risultano
“sospese”. “Se tale condizione, come è lecito temere - dichiara Massimo
Ferrari, Presidente di Utenti del Trasporto Pubblico - divenisse
definitiva, significherebbe che quasi il 10 per cento del patrimonio
ferroviario nazionale risulterebbe sacrificato, reiterando così gli
errori compiuti mezzo secolo addietro, poi da (quasi) tutti deprecati (a
parole)”. Stavolta, però, mancano persino gli alibi che, nel periodo
della corsa alla motorizzazione, avevano in qualche modo giustificato
quelle scelte. Co.Mo.Do. oggi non crede che l’auto possa assolvere ad
ogni esigenza di mobilità locale: inquinamento, infortunistica e
congestione stradale hanno evidenziato i limiti della motorizzazione
individuale, mentre proprio la crisi economica induce molte famiglie a
ridurre e talora a rinunciare del tutto alla propria vettura. Parimenti,
nessuno può decentemente sostenere che l’autobus costituisca una valida
alternativa alla rotaia (per la verità, insiste su questa tesi,
speriamo solo per dovere d’ufficio, il presidente di Anav, Biscotti):
l’esperienza ha dimostrato come, dove il treno ha cessato di circolare,
il numero di passeggeri sulle autocorse sostitutive, nel giro di pochi
anni, si è ridotto al lumicino, determinando in pratica la rinuncia al
servizio pubblico (non però ai contributi sprecati per far girare bus
praticamente vuoti!). E nemmeno si teorizza una “potatura dei rami
secchi”, come a metà degli anni Ottanta ai tempi del ministro Signorile:
il risanamento del bilancio del gruppo Fs si è già realizzato grazie
alle nuove tecnologie che hanno consentito di dimezzare il numero dei
dipendenti, mentre le linee ad alta velocità hanno riproposto la
centralità del treno (a prezzi di mercato) tra i grandi centri della
penisola. Non pago di questi risultati, tuttavia, l’ing. Moretti, AD del
Gruppo Fs, dichiara che “bisogna eliminare le operazioni a pioggia: nei
grandi centri si va in treno, nei piccoli in pullman” (più corretto
sarebbe dire “in auto”, visto che il bus sostitutivo non sembra
esercitare alcuna attrattiva su potenziali clienti). L’affermazione è
apparentemente logica, ma in realtà pericolosamente fuorviante: cosa
significa perorare l’uso del treno verso i “grandi centri”, dove le
linee afferenti ai principali nodi sono insufficienti (pensiamo, ad
esempio, a Palermo) o ancora inadeguate ad assorbire il traffico (come
nel caso di Roma).
E quali sono i “piccoli centri” che dovrebbero rinunciare al treno?
Quelli sotto i 5.000 abitanti, o forse sotto i 20.000, o, magari, gli
stessi capoluoghi di provincia “minori”? Questo in pratica significa
perorare la chiusura di altre linee locali (Quante? Un quarto della
rete? O magari un terzo?), senza, per altro, avere le risorse per
convertire alla rotaia tutto il traffico diretto verso le aree
metropolitane (che, in un Paese densamente urbanizzato come l’Italia,
tendono talvolta a sovrapporsi: dove finisce l’area di attrazione di
Torino e dove comincia quella di Milano?). Contravvenendo, oltre tutto,
al proprio ruolo di gestore, per cui sono semmai le Regioni a decidere
quali collegamenti finanziare. Co.Mo.Do. potrebbe convenire con Moretti
sul fatto che, se il vettore ferroviario facesse solo ora la propria
comparsa nel mondo dei trasporti (come sta avvenendo, ad esempio, nella
penisola arabica), varrebbe la pena investire unicamente nei
collegamenti veloci e nei servizi pendolari attorno alle grandi città.
Ma il punto è che le linee locali esistono (grazie ai sacrifici dei
nostri avi), sono ampiamente ammortizzate (e nemmeno avrebbe senso
esigere gli esosi canoni di utilizzo previsti da Rfi, esattamente come
l’Anas non impone pedaggi per l’uso delle strade statali ) e sono
perfettamente integrate nel paesaggio. Il loro costo è, dunque,
puramente marginale (già molto contenuto, visto l’impresenziamento di
quasi tutte le stazioni) ed ulteriormente comprimibile (molti treni
locali potrebbero circolare con il solo conducente a bordo, esattamente
come un autobus, ma svincolati dalla congestione viaria). "E allora -
conclude Massimo Ferrari, Presidente Assoutenti/Utp (Ass. Utenti del
Trasporto Pubblico) - perché non sfruttarne le potenzialità, talvolta
davvero notevoli, come dimostrano le migliori esperienze estere ed anche
qualche virtuoso caso nazionale (vedi la Foggia-Lucera, riaperta da
qualche stagione con successo dopo mezzo secolo d’abbandono)?" Forse per
fare un favore alle 1.400 imprese di trasporto su gomma, che potrebbero
essere accorpate – seguendo una logica di effettiva razionalizzazione -
in una ventina di aziende regionali? O magari per evitare a qualche
governatore regionale lo sforzo di potare altre voci di bilancio, di cui
però beneficiano gli amici degli amici?
Ufficio Relazioni Esterne Co.Mo.Do.
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